In principio è il segno

In principio è il segno: un segno che è innanzitutto cammino, viaggio interiore e ispirato; che scivola sul bianco immacolato del fondo e si distende come onda o si aggruma, cola e vibra, un segno che nello sguardo diventa un tratto interiore, riflesso di un vivere oltre che di un sentire.

Un segno a volte bituminoso e lucente, a volte tutto colore, esplosivo e sorprendente. È questa l’arte recente di Vincenzo Elefante, artista di rilievo internazionale, reduce di importanti esposizioni nel continente giallo.

Un segno che non è solo invenzione: c’è a monte la coscienza che ogni traccia dell’uomo ha una sua valenza estetica, che l’arte la si può leggere nella forma, ma anche al di là essa, come spinta tra il fisico e il metafisico. La bellezza dell’astrazione in senso lato è proprio nel cogliere ciò che si lega in profondità, registra, spazia, sconfina.

È da questo contesto che deriva la suggestione propria di ciascun artista, dell’artista, di Elefante, che più volte si è raccolto attorno al recupero di una memoria contingente e preziosa della sua terra, quella dell’affascinante tradizione della seta e delle testimonianze leuciane. L’artista le attraversa con un gusto quasi ludico, inventa personaggi, figure indecifrabili, che popolano lo spazio come un corteo di forme fantastiche, imprevedibili, irripetibili, e tutto questo non solo come corredo di una animata fantasia ma come avvertito spunto di ricerca che potrebbe definirsi linguistica e persino semantica. Egli punta a rincorrere infatti tracce e spartiti di quella storia, recuperando con devozione giornali, progetti, tessuti del settecento borbonico e della celebre filanda, inserendoli nell’immagine con ritagli, tele carte stoffe, a ricreare un universo ribaltato nella sensibilità interiore, che è insieme memoria e futuro, scavo nel tempo e astrazione da quel tempo, indirizzata ad un altro universo, immaginabile, persino futuribile.

Tutto questo del resto nasce da una storia. Elefante ha al suo attivo una solida stagione figurativa, che ha vissuto e testimoniato anche attraverso esperienze sociali di grosso rilievo. Si pensi ai grandi dipinti dedicati al mondo della immigrazione o a quelli spiccatamente religiosi e biblici. Ha altresì lavorato nel mondo dell’archeologia e soprattutto è stato un accademico docente. Tali esperienze lo hanno inevitabilmente segnato. Hanno segnato cioè il suo bisogno di legare comprensione della vita e sua rivelazione, con quella sensibilità che dovrebbe essere di ogni insegnante. È proprio con questo retroterra, questo lungo esercizio avvertito e coltivato con finezza di segno e abilità di mestiere, che oggi l’artista si concede la libertà di una sensibilità evasiva e in qualche modo eversiva, ma assolutamente vigilata, alla ricerca di quel sentimento d’anima che a monte costituisce la ragione stessa di ogni tensione creativa e felice.

Ma anche qui, in questo nuovo e libero territorio sopravviene l’avvertimento del tempo e della storia. In un capitolo denso e profondo dei suoi recenti lavori egli fonda la sua lente nell’atmosfera vulcanica, un’atmosfera antica, tuttora avvertita come minaccia, misteriosa e incombente. In numerose delle sue tele recenti si legge la stessa natura del mistero vesuviano: quella della sua memoria infuocata che diventa substrato inconscio, riferimento ancestrale. Non è l’orrore della devastazione che si evoca, ma il suo residuo simbolico, come azione purificante in una contrapposizione originaria tra morte e vita. Con questo spirito l’artista insegue il flusso dei colori, la loro liquida accensione, ne orienta il flusso, ne incanala l’energia. Nel miracolo del colore accade come un trasfert, di sé nella stessa materia. Si aprono allora spazi inusitati, territori inconosciuti, forme inattese, come un mondo dentro un mondo. Nella sua configurazione informale l’artista (e lo spettatore) legge sé stesso come in uno specchio e ritrova quegli indizi che lo rappresentano all’origine dello spazio e della vita.

Del resto la dimensione simbolica è sempre presente nell’arte di Elefante: una dimensione essenzialmente spirituale, come è palesata in varie installazioni vecchie e nuove. Alcune proposte altre da proporre, in fase di ricerca. Anzi, potrebbe dirsi che è nelle installazioni la sintesi del suo linguaggio, in cui convergono tensione immaginaria e concretezza espressiva. Come le sue ricerche sul sangue, alludendo in particolare alla cultura della spiritualità popolare partenopea o quelle che rievocano le tradizioni della cultura maddalonese, come le sedie impagliate. È forse questo muovere dallo spirito del luogo ed estenderlo nella storia presente il vero segno identitario di Elefante, artista che ha radici, e che pure apre al tempo con una consapevole, responsabile ricerca di senso.

di Giorgio Agnisola

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Colloquio con Enzo Elefante